Responsabilità medica: agganciate le tabelle della legge Balduzzi ai processi pendenti

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La legge Balduzzi si applica anche ai giudizi pendenti, fatto salvo il limite del giudicato e delle situazioni giuridiche consolidate. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 11 novembre 2019, n. 28990) secondo cui ha efficacia retroattiva l’art. 3, comma 3, del decreto legge n. 158 del 2012, convertito dalla legge n. 189 del 2012 (c.d. legge Balduzzi). Disposizione in forza della quale la liquidazione del danno biologico va effettuata secondo i parametri previsti per il danno da circolazione stradale, con riferimento alle Tabelle nazionali di cui agli artt. 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 (codice delle assicurazioni private- CAP) quali la Tabella delle menomazioni dell’integrità psico-fisica comprese tra 1 e 9 punti ( decreto del Ministero dello sviluppo economico 9 gennaio 2019) e la Tabella che individua le lesioni determinanti invalidità superiori al 9% ( in fase di elaborazione). 

La sentenza della Cassazione
I ricorrenti avevano impugnato la pronuncia con cui la Corte di appello di Genova aveva applicato il predetto art. 3, comma 3, ad un contenzioso insorto tra l’Ospedale Gaslini e i genitori di piccola paziente prima dell’entrata in vigore della legge Balduzzi. Legge che, a dire dei ricorrenti, non sarebbe stata applicabile perché non conteneva alcuna «espressa previsione di retroattività», con la conseguenza che la sua applicazione avrebbe leso «l’affidamento in ordine alla regola equitativa […] posta a base del risarcimento del danno biologico». Argomentazioni che il Supremo Collegio ha respinto muovendo dal presupposto che il citato art. 3, comma 3, è stato introdotto allo scopo di dettare una disciplina specifica in tema di quantificazione del danno. Il che emerge dalla norma in questione che : 

1) non pone limiti alla responsabilità civile, non nega alla vittima il diritto ad essere risarcito, non incide sugli elementi valutativi ritenuti determinanti ai fini dell’accertamento dell’entità del danno biologico, ma individua, tra molteplici criteri utilizzabili dal giudice per procedere alla stima del danno, quello più idoneo a realizzare il bilanciamento tra diversi interessi di rilievo costituzionale ( l’interesse del danneggiato ad ottenere il ristoro del danno patito e l’interesse generale sociale al perseguimento di fini solidaristici in relazione al calmieramento dei premi della assicurazione obbligatoria estesa al settore sanitario);

2) risponde all’esigenza di non distogliere risorse indispensabili all’espletamento dell’offerta sanitaria perché contrasta i riflessi negativi sull’ organizzazione ed erogazione del servizio sanitario pubblico, «determinati dall’incremento esponenziale degli impegni finanziari delle Aziende sanitarie preoccupate ad immobilizzare sempre maggiori risorse per fare fronte alle possibili richieste risarcitorie»; 

3) rappresenta la “misura monetaria” della perdita di capacità biologica ritenuta più adeguata a garantire il ristoro del danno effettivo patito dal paziente, rispetto ad altri criteri affidati alla pura discrezionalità del giudice, in quanto indica a quest’ultimo un criterio di liquidazione del danno «che specifica […] le norme del codice civile attributive del potere equitativo integrativo ex artt. 1226 e 2056 c.c., non ponendo, pertanto, alcuna problematica di successione di leggi nel tempo». Ciò senza considerare che tale norma risponde alla medesima logica sottesa alla disciplina della liquidazione del danno biologico nel settore dell’assicurazione obbligatoria della RCA, ossia garantire l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, «essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari» ( ex multis, Cassazione, Sez. 3, sentenza 7 giugno 2011, n. 12408).